Se siete nati troppo tardi e non avete potuto vivere in prima persona quel 28 maggio 2003, mangiatevi le mani. Mangiatevele, come io me le mangio per non aver potuto vivere quel Milan-Barcellona del 1994.
La finale di Champions League tutta italiana, all’Old Trafford di Manchester, profumava di Storia già al derby in semifinale, con tre squadre nostrane su quattro e solo il Real Madrid a provare ad opporsi alla Juventus.

Erano altri tempi, un altro calcio, anche se abbastanza recente. Carletto Ancelotti, scaricato dalla Juventus come eterno secondo, se la ritrovava davanti in finale di Champions League. Quali altri occhi avrebbe potuto avere il suo Milan, se non quelli della tigre?

Quella notte, servirono i calci di rigore per decidere chi doveva tornare in Italia con la coppa. Servirono i miracoli di Dida di fronte ai tiri dal dischetto bianconeri, un rigore straordinario di Sandro Nesta. Servì, per farci scuotere e farci sentire più vivi, il rigore parato da Buffon a Clarence Seedorf. E, più di ogni cosa, servì quello sguardo di Shevchenko, nella sua stagione più difficile in rossonero: prima alla porta, poi all’arbitro in attesa del fischio, poi al pallone, poi all’arbitro, poi eccolo annuire, poi il tiro“In quel momento ho pensato a Lobanovsky” racconterà Sheva anni dopo, riferendosi al suo mentore, a cui aveva promesso che avrebbe vinto la Champions League.

28 maggio 2003 rigore sheva
Uno degli istanti più belli della Storia del Milan: Shevchenko calcia alla sua destra, Buffon è spiazzato.

La corsa di Shevchenko ad abbracciare Dida lì vicino. La gioia e gli abbracci, il bomber e il portiere che si lasciano cadere per terra sotto il cielo di Manchester. L’urlo di gioia di Carletto, che quella notte mise la pietra angolare di una carriera da allenatore destinata a fare la Storia.
Il Milan campione d’Europa per la sesta volta.

Era il 28 maggio 2003 e non ce lo dimenticheremo mai.