A 40 anni dall’acquisto del Milan, Adriano Galliani ricorda a Monica Colombo il giorno che avviò un ciclo irripetibile.
«Sembra ieri», dice sospirando Adriano Galliani. Non è una formula, non è la nostalgia di rito. È una frase che pesa, pronunciata nell’ufficio del quartier generale Fininvest, con alle spalle quella fotografia che lo ritrae accanto a Silvio Berlusconi e a una fila di coppe che oggi sembrano quasi un riassunto visivo di un’epoca. Il 20 febbraio 1986 il Milan passava da Giussy Farina a Silvio Berlusconi. Quarant’anni esatti. E non è un anniversario come gli altri.

Le parole sono rilasciate a Monica Colombo per Il Corriere della Sera e raccontano non solo un’acquisizione, ma l’inizio di una trasformazione culturale prima ancora che sportiva. Perché quel passaggio di proprietà non segnò soltanto un cambio al vertice: diede avvio a un’idea nuova di club, di comunicazione, di ambizione.
Il calcio, in realtà, era entrato nei dialoghi tra Galliani e Berlusconi molto prima. «Dal primo incontro del 1° novembre 1979 quando con una stretta di mano gli ho venduto il 50% della mia azienda, l’Elettronica Industriale: in quell’occasione gli avevo spiegato di essere uno dei proprietari del Monza e lui mi aveva raccontato di essere tifoso del Milan già da bambino». È un dettaglio che oggi suona come un presagio. In quel racconto c’è già la passione personale che, anni dopo, avrebbe orientato una scelta imprenditoriale fuori dagli schemi.
Alla fine del 1985 il Milan non è una potenza. È una società segnata da difficoltà economiche e sportive, reduce dalla retrocessione in Serie B. Galliani, che nel frattempo vive diviso tra il Monza e la costruzione delle reti di Canale 5, Italia 1 e Rete 4, invita il gruppo Fininvest a seguire alcune partite. Un modo per toccare con mano la realtà del club. Poi arriva Natale, la vacanza a Saint Moritz, la domanda diretta del presidente sulla possibilità di acquistare il Milan.
Galliani prova a riportare la questione su un terreno pragmatico: «Se noi perdiamo un sacco di soldi con il Monza in B, si immagini i costi per una squadra di A». La risposta è destinata a diventare una chiave di lettura: «Adriano, il Milan non afferisce alla sfera del business ma a quella dei sentimenti». In quella frase c’è una dichiarazione d’intenti. Non l’assenza di strategia, ma la priorità data alla passione rispetto al calcolo immediato. La politica, sottolinea Galliani, sarebbe arrivata solo più tardi.
Dal 20 febbraio al 1° luglio 1987: la nascita del “vero” Milan
Il giorno dell’acquisto si intreccia con un’altra avventura: il debutto di La Cinq in Francia. «Tutto: nello stesso giorno ci fu anche la prima trasmissione di La Cinq e io con il presidente ero a Parigi. Brindammo a quelle due avventure al ristorante sulla Tour Eiffel». Televisione e calcio, due mondi che si sostengono e si alimentano, ma che non si sovrappongono completamente.
Alla domanda se il Milan sia stato un trampolino per la notorietà internazionale, Galliani è netto: «No, fu un atto d’amore. Lo ha comprato senza sapere quanti debiti la società avesse». Una scelta che comportava rischi concreti: se il club fosse fallito, avrebbe perso il titolo sportivo. Non un dettaglio.
Il ciclo che entrerà nella storia, però, prende forma più tardi. «Il 1° luglio del 1987», precisa Galliani. Fino ad allora c’era ancora un’eredità tecnica non pienamente modellata dalla nuova proprietà. La decisione di puntare su Arrigo Sacchi, tecnico senza esperienza in Serie A, diventa il primo vero atto rivoluzionario. «Berlusconi puntando su Sacchi che non aveva mai allenato in A dimostrò di essere, come sempre, un visionario». La riunione al castello di Pomerio, con la missione di trasformare il Milan nella prima squadra al mondo, non è retorica aziendale: è una linea operativa che si traduce in risultati.
Ventinue trofei in trentuno anni non sono una casualità statistica. Sono la conseguenza di una struttura, di una leadership, di una continuità rara nel calcio moderno. «Senza di lui, pur con gli stessi dirigenti, allenatori e campionissimi il Milan non avrebbe mai vinto», dice Galliani. La descrizione del presidente come motivatore è quasi fisica: «Entravo ad Arcore camminando, uscivo volando pronto a piantare antenne sull’Everest, non a Montevecchia». E il paragone finale è assoluto: «Se lo dovessi paragonare a un calciatore sarebbe Pelè».
Tra le vittorie, una resta scolpita più delle altre: «La notte della finale di Coppa dei Campioni con la Steaua. Aveva le stelline che uscivano dagli occhi. Mai più visto così felice». Un’immagine che restituisce l’entusiasmo puro, quasi infantile, dietro l’imprenditore e il leader politico.
Galliani si definisce parte di «Silvio Berlusconi e la sua orchestra». Un’espressione che sintetizza gerarchie e affiatamento. Ogni dodici del mese, racconta, lui, Confalonieri e Dell’Utri si ritrovano ad Arcore per una messa in memoria. Anche dopo la vendita del club, il legame non si è mai interrotto: quando c’era Pioli, il presidente chiedeva aggiornamenti e offriva suggerimenti tecnici; quanto ad Allegri, «l’ho portato ad Arcore nel 2010 il giorno della finale di Champions dell’Inter. Dopo 5’ era l’allenatore del Milan».
A distanza di quarant’anni, il 20 febbraio 1986 non è soltanto una data. È l’inizio di un’idea di Milan fondata su ambizione, identità e sentimento. Tutto parte da quella frase che esce dal linguaggio dei bilanci: «non afferisce alla sfera del business ma a quella dei sentimenti». E forse è proprio lì che si spiega un ciclo che, ancora oggi, viene definito irripetibile.





